Nato Negli U.S.A. – I 35 Anni di Born In The U.S.A.

Ascolto consigliato per la lettura: Bruce Springsteen – Born In The U.S.A.

Il 4 giugno del 1984, il mondo veniva a conoscenza di uno dei dischi che sarebbe stato una delle colonne portanti della storia del rock. “Born In The U.S.A.”, di Bruce “The Boss” Springsteen.
Reduce dal disco precedente, “Nebraska” (1982), dalle atmosfere cupe e pessimiste e registrato totalmente nella sua abitazione in New Jersey con un registratore ad otto piste,  con “Born In The U.S.A.”, Springsteen ottenne il successo planetario con quest’album, che fu un po’ il disco della scommessa, visto che erano ben 4 anni che non si esibiva dal vivo ed il pubblico iniziava a sentire la sua mancanza.
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I tempi erano cambiati: il Boss aveva cambiato musica, incidendo un disco di 12 canzoni tutte orecchiabili ed adatte alle radio. Le tipiche canzoni che avrebbero ascoltato i personaggi delle sue canzoni, i suoi Wild Billy, Killer Joe, Rosalita, Crazy Jane, Jack The Rabbit, Spanish Johnny e così via. 12 canzoni che ti fanno venire voglia di accendere la radio, prendere la tua ragazza e dirle “Andiamo, baby, lasciamo che il vento ci accarezzi mentre andiamo a tutta velocità sulle highways.”
Ma non era solo la musica ad esser cambiata, anche Springsteen cambia: fa palestra, i bicipiti gli si ingrossano diventando il sex symbol degli anni ’80, oltre a diventare LA rockstar nel pieno di quella decade.
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Ma non è tutto. verso la fine di giugno 1984, il regista Brian De Palma lo fa addirittura ballare e lo fa nel videoclip del singolo di lancio, “Dancing In The Dark“, dove possiamo vedere un quasi trentenne Springsteen prendere per mano dal pubblico una giovanissima Courteney Cox, sulle note del verso “Hey, baby!”.
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Springsteen con una teenager Courteney Cox, nel video di Dancing In The Dark.

La titletrack del disco è un grido di rabbia per il cittadino americano comune, che è reduce delle difficoltà della vita e, come tutte le canzoni sulla guerra, inevitabilmente crea dei malintesi.
In quel periodo, l’America era capeggiata dall’ex Presidente Ronald Reagan, il quale, durante un discorso, disse che “Il futuro dell’America resta nel messaggio di speranza che si trova nelle canzoni di un uomo ammirato da tanti giovani americani: Bruce Springsteen del New Jersey”. 
Springsteen, che non ha mai amato mischiare musica e politica, come un vero artista che si rispetti, prese gentilmente le distanze dalle parole di Reagan ad un concerto pochi giorni dopo. E così ha continuato successivamente, ogni qualvolta che gli venissero poste domande al riguardo.

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La canzone “Born In The U.S.A.” è una canzone che parla di un reduce della guerra del Vietnam, tornato nel suo Paese senza essere più lo stesso, ha perso il lavoro ed un caro amico, ritrovandosi senza più niente nonostante fosse andato a combattere per la propria Patria.
Basti pensare ai versi “Tornato a casa nella raffineria, il capo mi disse – figliolo, se dipendesse da me… – Sono andato per incontrare un signore del V.A. (associazione dei veterani del Vietnam) e mi disse – figliolo, non capisci ora?
Oppure, ancora: “Avevo un fratello a Khe Sahn che combatteva i Viet cong. Loro sono ancora lì, lui è morto. Aveva una donna che amava a Saigon, ho una foto di lui tra le braccia di lei. Sono dieci anni che brucio per strada. Non ho nessun posto dove correre, né dove andare.”

Se questa è una canzone di patriottismo per il proprio Paese…

Wembley 01.jpgSpringsteen al Wembley Stadium, nel luglio 1985.

Nel videoclip della canzone, possiamo vedere uno Springsteen che ricorda un po’ “Un Rocky/Rambo armato di chitarra” (Cit.), che urla a pieni polmoni e a voce rauca la “disgrazia” di essere, appunto, nato negli U.S.A. e che il famoso “american dream” che cantava in “Born To Run” 9 anni prima, era solo un’illusione.
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Un’immagine dal video della canzone

Grazie al “Born In The U.S.A. Tour”, Springsteen e la E Street Band arrivarono finalmente in Italia, per la prima volta. Il concerto allo Stadio San Siro, del 21 giugno 1985, è rimasto nei cuori di tutti i fan italiani di Springsteen. Finalmente, il Boss si era accorto anche di noi, dei suoi fan italiani che sono quelli che gli sono più affezionati in tutto il mondo. Fino a quel momento, la venue più vicina raggiunta era stata Zurigo nel 1981 per il “The River Tour”. Concerto al quale presero parte migliaia di fan italiani.
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Da sinistra verso destra: Nils Lofgren, Clarence “Big Man” Clemons e Bruce Springsteen, a San Siro nel giugno 1985.

E pensare che, inizialmente, la canzone che da il titolo al disco fu scritta per il suo predecessore, “Nebraska” (1982), in una sentita versione acustica. Siamo stati fortunati che la conservò, trasformandola in un inno di rabbia.

Questo, inoltre, fu l’ultimo disco sia nel quale appare la E Street Band al completo, sia dove nella formazione vi è Steve Van Zandt, che dopo le registrazioni del disco lasciò la band per dedicarsi ad altri progetti e, al suo posto, furono reclutati Nils Lofgren e la corista Patti Scialfa. Quest’ultima, nel 1988, proprio durante le date italiane del tour, divenne la signora Springsteen e lo è tutt’ora.
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La E Street Band nel “Born In The U.S.A. Tour”. Da sinistra verso destra: Clarence Clemons, Bruce Springsteen, Nils Lofgren, Garry W. Tallent e Patti Scialfa.

Essendo nato nel 1987, avrei scoperto anni dopo l’esistenza di Springsteen e della sua musica.
Accadde nell’inverno del 1998, quando su Mtv fu mandato in onda per diverse volte nella stessa settimana proprio il video di “Born In The U.S.A.”, per promuovere la raccolta “Tracks“, del 1998. Mai più Springsteen sarebbe apparso nelle televisioni italiane, internet era ancora un universo lontano anni luce e, per riascoltare qualcosa di suo, avrei dovuto aspettare l’estate del 2001 quando, su Italia 1, furono mandate in onda 6 canzoni del “Live In New York City”, uscito nel marzo dello stesso anno. Mi armai di videoregistratore e, da lì in poi, divenni un fan di Springsteen trascorrendo la mia adolescenza a comprare la sua discografia in cd, in vinile, libri ed in dvd, nell’ultimo periodo in cui da queste parti c’erano i negozi di dischi.
Oggi ho 32 anni e posso dire con fierezza di esser stato a 4 suoi concerti che, tutt’ora, restano i più belli a cui io sia mai stato.
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Una foto scattata da me, al mio primo concerto di Springsteen. Roma, Stadio Olimpico (19 luglio 2009)

Al prossimo post.

Yawp – I 30 Anni De L’Attimo Fuggente

Ascolto consigliato per la lettura: Maurice Jarre – Keating’s Triumph

“Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”

Oggi, il 2 giugno 1989, usciva nelle sale statunitensi il film che ha segnato la vita di molte persone, me compreso, con i suoi insegnamenti, con le sue speranze, i suoi sogni e quel desiderio di vivere appieno la vita in ogni suo giorno. Anche quando le cose sembrano andar male e mai migliorare.

Sto parlando de “L’Attimo Fuggente”, “Dead Poets Society” il titolo originale.

Questa è una di quelle pellicole che hanno reso il cinema un posto migliore. E, dopo 30 anni, invecchia davvero bene.

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Il film racconta la storia di un gruppo di ragazzi che frequentano una severa scuola privata americana, che prepara i ragazzi ad essere i futuri pilastri degli Stati Uniti, futuri medici, avvocati e così via, seguendo le rigide regole sulle quali si basava la società umana, nell’America degli anni ’50. Un’epoca, nella quale, chi era giovane era sempre in torto, mentre gli adulti erano sempre nel giusto. Spesso, anche se utilizzando metodi poco ortodossi.
I ragazzi della Welton Academy sono dei ragazzi come tutti gli altri: invincibili, insicuri, inesperti in diversi campi, succubi delle regole dei propri severi genitori e della società e, soprattutto, giovani. Abituati a non pensare con la propria testa, in un sistema pensato apposta per imporre loro il modo di vivere, arriva per loro il momento della svolta con l’arrivo dell’anticonformista prof. John Keating, interpretato da un magistrale Robin Williams, il quale insegna ai ragazzi, fin dal primo giorno, a pensare con la propria testa, a dare importanza anche ai loro sogni, alle loro ambizioni, andando contro il volere delle imposizioni senza vie d’uscita imposte dai loro genitori che li avevano “abbandonati” in una scuola privata, dove gli unici adulti presenti erano gli insegnati ed il preside.

L'Attimo Fuggente 14.jpg“Oh capitano, mio capitano! Chi conosce questi versi?” è così che Keating debutta nella prima lezione con la sua classe, tenendo una lezione sul non sprecare la propria vita, ma di renderla straordinaria, facendo osservare loro una foto nel corridoio principale della scuola, raffigurante l’immagine di un gruppo di ex studenti che erano stati lì, molti anni prima di loro. Facendo osservar loro molto attentamente quella foto, Keating li sprona a vivere appieno la loro vita, perché nel momento in cui lui sta parlando ai suoi ragazzi, i ragazzi della foto sono “concime per i vermi”.

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Da lì in poi, la vita dei ragazzi della Welton Academy cambierà per sempre. Soprattutto, quando i ragazzi scoprono che il loro Capitano non solo aveva frequentato la loro stessa scuola, quando era anche lui uno studente, ma che aveva fatto parte di un gruppo chiamato “La setta dei poeti estinti”. Quando i ragazzi chiedono lui di cosa si trattasse, Keating spiega loro che si trattava di un gruppo di ragazzi che si incontravano in una grotta poco distante dalla scuola, leggendo e recitando poesie e che, per loro, quello era un modo per “vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita”.

Storica la scena nella quale il professor Keating invita i suoi studenti a salire sulla cattedra, per mostrar loro che tutto può esser visto da un’altra prospettiva.

L'Attimo Fuggente 06.jpg“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

Il prof. Keating è l’insegnante che noi tutti avremmo voluto ai tempi della scuola, un professore che insegna ai ragazzi l’arte della poesia, andando contro il metodo tecnico adottato ancor oggi nelle scuole, anche qui in Italia, secondo il quale sarebbe più idoneo studiare la poesia: e cioè studiandola seguendo schemi come se fosse un problema di aritmetica, quando in realtà la poesia scaturisce dal cuore, dall’animo umano, dai suoi sentimenti e dalla passione della razza umana. La poesia non si studia, la si vive. Quanto è ancora attuale il pensiero del professor Keating?

Ricordo perfettamente i miei anni al liceo, in cui le insegnanti di italiano ci imponevano di studiare la poesia ed i versi dei poeti come se noi fossimo degli architetti che cercavano di capire meglio come costruire un palazzo. Io, che già al liceo suonavo la chitarra e scrivevo canzoni, non ero mai d’accordo con questa linea di pensiero medievale di studiare la poesia. E torniamo di nuovo al punto di prima: i sentimenti non si studiano, si vivono. La poesia è questo.

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L’Attimo Fuggente è uno di quei film che emozionano fin dalla prima volta in cui lo si guarda e così continua ogni volta, rendendo sempre di più straordinaria la nostra vita.

L’unico punto dolente è che ancora è difficile realizzare che Robin Williams non ci sia più. Il Capitano sarà sempre il nostro capitano, anche se adesso è anch’egli concime per i vermi.

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Al prossimo post.

Game Of Thrones – Il Mio Piccolo Tributo

 

Oggi, o meglio, questa notte, andrà in onda l’episodio finale della stagione conclusiva di Game Of Thrones, in Italia Il Trono Di Spade.
Essendomi appassionato a questa serie solo da poco più di un anno, nel corso di questi 8 anni ho conosciuto tantissime persone che mi hanno posto la famosa domanda: “Tu lo guardi Il Trono Di Spade?”, con loro enorme meraviglia quando rispondevo sempre “No!”.
E’ sempre stata una serie che avevo intenzione di iniziare a seguire, ma solo DOPO che fosse stata conclusa definitivamente, come faccio con la maggior parte delle serie che seguo perché non ho la pazienza di aspettare anni per sapere il finale. E, conoscendomi, tra un paio di mesi avrei iniziato a godermela con calma, senza aspettare il finale di stagione.
Anche se, devo dire, che si sta rivelando un’esperienza molto pacata. Anche se per i fans, quelli veri, coloro che vivono per la serie, non è una situazione tranquilla. E ci sta, perché è una seria che ti prende e riesce a coinvolgerti molto emotivamente.
Comunque, tornando al motivo principale del post, da chitarrista ed appassionato della serie, non potevo fare a meno di registrare in un video il mio piccolo tributo alla serie che, negli ultimi mesi, mi ha coinvolto parecchio.
Ormai l’Inverno è arrivato e, stando a questo singolare mese di maggio 2019, ci sta tutta.
Spero che apprezziate. Trovate il link in alto al post.
Buon ascolto.

Al prossimo post.

La Leggenda Di Dennis Rodman

Ascolto consigliato per la lettura: Pearl Jam – Do The Evolution

Nella pallacanestro, sono tanti gli episodi singolari che capitano nella vita di un giocatore, rendendolo una leggenda.
Uno di questi è Dennis “The Worm” Rodman, il quale, oggi, compie 58 anni.
Vincitore di cinque campionati Nba, 2 con i Detroit Pistons (1989 e 1990), 3 con i Chicago Bulls di Michael Jordan (1996, 1997 e 1998).
Sette volte vincitore del premio come miglior rimbalzista della lega. Alto cm 201, si è fatto conoscere al pubblico per il suo carattere stravagante e trasgressivo, sia dentro che fuori dal campo. Avete presente George Best? Ecco, esattamente come lui, si comportava non come uno sportivo, ma come una rockstar, vivendo una vita di eccessi.
Per rendere l’idea: il giorno della presentazione della sua autobiografia, “Bad As I Wanna Be“, si presentò vestito da sposa all’incontro della promozione del libro. E’ apparso anche in alcuni film, tra cui “Double Team“, con Jean-Claude Van Damme e “The Minis – Nani A Canestro“.

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Il protagonista Hanamichi Sakuragi, dell’anime giapponese “Slam Dunk“, è ispirato a lui e svolge lo stesso ruolo di Rodman.

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Aveva il vizio di presentarsi alle partite con un colore diverso di capelli, che andavano dal rosso al biondo, dal verde ai graffiti ed è stato uno dei primi giocatori di pallacanestro ad avere molti tatuaggi su varie parti del corpo.
Nonostante avesse il vizio di avviare risse in campo, è stato uno dei giocatori fondamentali per permettere ai Chicago Bulls di vincere 3 campionati di fila nella triade 1996-1998, insieme a Micheal Jordan, Scottie Pippen e coach Phil Jackson, aggiudicandosi il “three-peat“.
Nel 2011, è entrato a far parte della Basketball Hall of Fame, uno dei massimi riconoscimenti sportivi per la pallacanestro internazionale.

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Anni fa, lessi quest’articolo che mi colpì molto e credo che renda perfettamente l’idea della leggenda di DR.

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“Ex stella NBA dei Chicago Bulls del mitico three peat degli anni 90′, Dennis Rodman torna a far parlare di sè ancora una volta per le sue imprese fuori dal campo. Durante una telefonata ad un’emittente radiofonica di Miami, dove il pluricampione è intervenuto in merito alla situazione delicata dei Miami Heat, si è parlato di tutto tranne che di basket.

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Il conduttore, incuriosito dalla imbarazzante situazione, ha chiesto a Rodman cosa stesse facendo, dato che i rumori di sottofondo sembravano chiari e inconfondibili; l’ex cestista non ha svelato del tutto i particolari hot, ma ha lasciato intendere a qualcosa di veramente “piccante”. Dopo aver confessato di aver appena ricevuto sesso orale dalla ragazza in sua compagnia, tra risate e scalpore generale, il conduttore radiofonico ha chiuso la telefonata, non prima di aver chiesto al bizzarro Dennis il motivo per cui era intervenuto precedentemente. Insomma, Rodman ne sa una più del diavolo!”

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Link dell’articolo – http://www.ilpallonaro.com/2010/11/24/dennis-rodman-al-telefono-in-radio-mentre-fa-sesso/ 

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Al prossimo post.

Ascolto consigliato per la lettura: Oasis – Thank You For The Good Times

Bentornati sul mio blog.
In occasione della settimana dedicata ai 70 anni della pubblicazione di Topolino nelle edicole, ho deciso di pubblicare le parole del post del sito del Papersera. Perché, proprio oggi, in quel lontano 1949, usciva in edicola il numero 1 di Topolino. E, ancor oggi, esce regolarmente in edicola ogni mercoledì.
Buona lettura.

Accadde oggi… 7 APRILE 1949:

E’ una giornata epocale per il fumetto tricolore. Tra lo scetticismo generale, Topolino “libretto” n°1 sbarca in edicola, in una veste tutta nuova che prosegue le orme del Topolino giornale, chiusosi con il n°738, dopo oltre 16 anni dall’inizio delle pubblicazioni.
A causa del nuovo formato digest, o appunto libretto, più maneggevole del primo, fu inizialmente accolto con scarso entusiasmo dai vecchi appassionati, così come l’allora direttore Mario Gentilini, che si ricrederà ben presto. Topolino muta inoltre in un mensile di 100 pagine di storie esclusivamente disneyane, al prezzo di 60 lire, anziché le 15 del precedente settimanale. Si narra infatti che fu Walt Disney in persona a chiedere a Giorgio Mondadori, uno dei figli dell’editore Arnoldo, di trasformare il periodico da pubblicazione antologica in un albo che contenesse solo materiale Disney.

Il primo numero, anche per convincere il lettore fedele al passaggio di testimone, conteneva tra le varie storie l’ultima puntata di “Topolino e il cobra bianco”, iniziata sul giornale, e tutta una serie di rubriche scritte principalmente da Guido Martina, a quel tempo unico sceneggiatore Disney a lavorare per Mondadori. La leggendaria cover ricalcata da Ambrogio Vergani, con Topolino che marcia come capo di una parata, è la rielaborazione di una rarissima immagine promozionale di un ignoto autore pubblicata nella quarta di copertina del comic book Walt Disney’s Comics & Stories n°9, del giugno 1941.
Ristampata nel tempo in diverse versioni anastatiche almeno dieci volte, questa prima uscita, oltre all’alto valore strettamente monetario, rappresenta un pezzo di storia del fumetto italiano (oltre che di storia del nostro paese) e mondiale, che continua ancora oggi dopo tremilatrecentosei numeri nell’anno delle sue prime 70 candeline, con le celebrazioni già iniziate in questi giorni sul Topolino Magazine che troviamo in edicola.

Auguri, e lunga vita a Topolino!

Fonti – https://www.facebook.com/…/pb.9750379791…/3137104869648821/

http://www.papersera.net/papersera/t70_index.php

 

 

 

Copertina

L’Involuzione di Ligabue

Ascolto consigliato per la lettura: Ligabue – Leggero
Bentornati/e sul mio blog.
Stasera ho seguito per caso l’intervista a Luciano Ligabue da Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa, uno dei pochi programmi interessanti rimasti in televisione.
Ligabue si è esibito solo eseguendo dei pezzi storici della sua discografia: Una Vita Da Mediano, Tra Palco E Realtà e Certe Notti.
E pensavo delle cose. Più o meno le stesse da diversi anni a questa parte.
Il cambiamento che ha avuto negli ultimi 15 anni è stata una mossa che definirei una furbata.
Chi non è appassionato di musica, non può capire ciò che intendo. E con “appassionato” intendo qualcuno che ha una collezione di dischi in vinile e cd che conta centinaia di album di band ed artisti solisti, ed io sono tra questi, e non chi segue Sanremo per una settimana all’anno e si limita ad ascoltare la radio in macchina, perché questo non è essere appassionati di musica.
Le mie non sono critiche, ma precisazioni. Sia chiaro.
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Io ho 4 dischi di Ligabue nella mia discoteca personale che ogni tanto riascolto con piacere. Ma che non vanno oltre il 2003, cioè proprio l’ultimo anno in cui Ligabue ha scritto delle belle canzoni che non si somigliavano l’una con l’altra.
Dal 2004, precisamente da “Eri Bellissima“, ogni sua canzone è identica a quella precedente. Ogni volta che ascolto una sua “nuova” canzone in radio, sembra sempre che dal 2004 lui pubblichi sempre la stessa canzone. E non ne farò un discorso come fanno molti miei colleghi musicisti che schifano Ligabue perché “fa solo quattro accordi”, perché anche i Beatles o gli Oasis hanno scritto canzoni con “quattro accordi” e hanno cacciato dei classici senza tempo che ti toccano l’anima.
Negli ultimi anni, in Italia si è avuta una decadenza della musica senza precedenti, che negli anni scorsi non si era mai vista.
Ormai le radio sono nelle mani di gente senza talento che diventa famosa senza avere un talento, perché, per citare le parole di un’amica musicista “Essere famosi non significa essere bravi. Hitler, per esempio, è famosissimo.”
Grazie ancora per questa perla, Simona.
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I dischi di Ligabue che ho nella mia discoteca sono Buon Compleanno, Elvis (1995)Su E Giù Da Un Palco (1997), Radiofreccia (1998) Giro D’Italia (2003)
Tutti dischi risalenti al Ligabue di qualità, quello che aveva tante cose da dire nelle sue canzoni, prima che diventasse un fenomeno radiofonico come i Negramaro o Alessandra Amoroso o Emma Marrone.
In quei dischi ci sono perle come “Ho Messo Via”“Vivo O Morto X”, “Ho Perso Le Parole”, “Si Viene E Si Va”, “Lambrusco E Pop Corn”, “Metti In Circolo Il Tuo Amore”, per citarne alcune.
Al tempo, Ligabue piaceva anche a chi è appassionato di musica sia per i testi che per le melodie che non stancavano dopo i primi 10 secondi di ascolto. Era puro e sano rock and roll italiano, che se la giocava con un’altra grande band rock italiana: i Litfiba.
Anche nella direzione cinematografica è riuscito a dare prova di avere un talento in campo artistico. “Radiofreccia” (1998) è un grande film, ambientato negli anni ’70 che racconta le difficoltà della vita della gente comune, non cadendo mai nella banalità. Un po’ meno “Da Zero A Dieci” (2002), ma comunque un buon film.
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Un altro fattore che ha condizionato il sound delle canzoni di Ligabue è stato anche il cambiamento degli storici membri della band: Mel Previte alla chitarra, Antonio “Rigo” Righetti al basso e Roberto Pellati alla batteria hanno caratterizzato il “tipico” sound di Ligabue, il tutto con la direzione di Federico Poggipollini che è l’unico ad esser rimasto nella band.
E’ un po’ come quando Bruce Springsteen, agli inizi degli anni ’90, iniziò ad esibirsi con altri musicisti che non erano membri della sua storica E Street Band. I pezzi erano quelli, ma non erano più gli stessi. Erano cambiati. Non erano più quelli che il mondo conosceva prima. Peggiorarono molto e, infatti, Springsteen si esibì in giro con quei musicisti solo per un tour tra il 1992 ed il 1993. La band era formata da musicisti e coriste professionisti, ma che non erano fatti per suonare quelle canzoni che Springsteen aveva inciso 20 anni prima con altre persone. 
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Ed è ciò che provo quando ascolto il Ligabue di oggi. La formazione storica del live album Su E Giù Da Un Palco (1997) è LEI, quella che rendeva le canzoni di Ligabue LE canzoni di Ligabue.
Ed è il mio disco preferito di Ligabue.
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Ed è dal 2004 che ho smesso di seguire Ligabue con interesse. Stando in Italia, non si può fare a meno di venire a conoscenza dei suoi nuovi lavori. E’ impossibile. Quindi, vuoi o non vuoi, le sue nuove canzoni le senti. 
Ed il suo cambiamento è avvenuto seguendo la tendenza del pubblico italiano, che è cambiato rispetto a 20 anni fa. Negli anni ’80 e ’90, la gente acquistava i dischi e, spendendo soldi per i propri ascolti, il pubblico prestava più attenzione a ciò che ascoltava. Oggi, invece, che è tutto digitale e a portata di mano, la scelta è più superficiale e questo influenza tantissimo sia i gusti musicali che il mercato musicale. Soprattutto in questi tempi in cui i dischi non si vendono più come un tempo, perché ormai solo gli appassionati acquistano i dischi dei propri artisti preferiti e, di conseguenza, si punta tutto sui concerti. Vi siete mai chiesti come mai, negli ultimi 5-6 anni, i prezzi dei concerti siano aumentati così eccessivamente?
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Oggi, in Italia, la musica che si sente alla radio è fatta prettamente per chi non è appassionato di musica, ma per l’ascoltatore/trice medio occasionale che sente la musica in auto o durante le faccende domestiche.
Ecco il perché.
Potrebbero apparire parole di critiche, ma non lo sono. Semplicemente, per chi è appassionato di musica, tutto ciò è tremendamente triste. Perché, un tempo, la musica era un modo per ribellarsi, per sentirsi rivoluzionari, per uscire dalla noia della vita di tutti i giorni e per chi aveva qualcosa da dire.

Oggi vediamo gente come Young Signorino o il genere trap che sono un calcio alle melodie che hanno accompagnato l’umanità negli ultimi 100 anni della sua storia.
E, tutto ciò, è davvero molto triste.

E voi cosa ne pensate? Vi piace di più il vecchio Ligabue o quello nuovo? O anche voi lo odiate come tanti?
Al prossimo post.

Live Live Live – La Top 5 Dei Dischi Dal Vivo

Ascolto consigliato per la lettura: Bruce Springsteen – Prove It All Night (Live in New York City)

Bentornati sul mio blog.

Rieccomi, dopo un po’, a parlare di nuovo di musica. Questa volta, con un argomento che sta a cuore a molti amanti della musica: i concerti.
Quante volte abbiamo sognato di essere presenti nei dischi dei concerti dei nostri artisti preferiti per goderci appieno l’atmosfera e sentirci più parte di quel disco live?
Nell’era in cui andare ai concerti costa un capitale, un tuffo di nostalgia ci sta tutto. Ed ecco, quindi, la mia Top5 dei 5 dischi live a cui sono più legato.

5. Bruce Springsteen & The E Street Band – Live In New York City (2001)

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Il disco che mi ha fatto conoscere la musica di Springsteen, grazie ad un passaggio televisivo di 45 minuti del concerto, tenutosi al Madison Square Garden di New York nell’estate 2000.
Tour che serviva a promuovere la raccolta di 4 cd, “Tracks”, uscita nel novembre 1998 e che rese felici i fan del Boss di tutto il mondo, perché Springsteen tornava ad esibirsi con la storica E Street Band, dopo lo scioglimento avvenuto nel lontano 1988.
Rimasi molto colpito dal modo di fare show di Springsteen e dei suoi compagni di band, sempre pronti a sorridere durante le esibizioni, a fare casino, a coinvolgere il pubblico e ad essere seri durante l’esecuzione dei pezzi più profondi.
In particolare, durante l’esecuzione del pezzo “American Skin (41 Shots)”, nel quale Springsteen affronta l’argomento dei temi razziali che in America colpiscono ancora gli afroamericani.
La canzone racconta la storia di Amadou Diallo, un giovane afroamericano di appena 23 anni, ucciso dalla polizia americana con ben 41 colpi di pistola, a causa di un equivoco della polizia. Durante un controllo di routine ad un posto di blocco, la polizia chiede al giovane Amadou di farsi riconoscere e, mentre il giovane mise le mani all’interno del suo giubbotto in cerca dei documenti da mostrare, i poliziotti credettero che invece il ragazzo stesse per estrarre un’arma e così lo colpirono a sangue freddo.
“Inoltre la quantità incredibile di colpi esplosi provocò l’accusa verso i poliziotti statunitensi di brutalità, razzismo e facilità nell’utilizzo di armi. Springsteen è stato spesso boicottato dalla stessa polizia e dai simpatizzanti delle forze dell’ordine per l’esecuzione del pezzo.” (fonte Wikipedia)
Quella, per me, fu “l’estate degli anni ’70”, dato che stavo scoprendo molti dei gruppi rock anni ’70, Springtseen incluso e, a quel periodo, risale il prossimo disco.

Traccia migliore: American Skin (41 Shots)

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4. Deep Purple – Made In Japan (1972)

Deep Purple - Made In Japan (1972)

Altro live dalla mia “estate degli anni ’70”.
Fu il disco che mi fece conoscere la bravura e la carica di uno dei gruppi storici della storia del rock: i Deep Purple dei quali, proprio durante il corso di quell’estate, iniziai a suonare la famosa “Smoke On The Water” nella mia prima band da ragazzino.
Registrato durante il tour giapponese della band, nell’agosto del 1972, è uno dei dischi più famosi della band, sia per le leggende ad esso legate e sia perché in “Made In Japan” è possibile percepire la carica, l’energia che Ian Gillan e compagni trasmettevano nei loro concerti, nel cuore degli anni ’70.
Il riff di chitarra iniziale di Smoke On The Water è entrato nella storia della musica, quello che tutti i chitarristi provano a fare quando iniziano a strimpellare la chitarra ed è la versione più conosciuta, rispetto a quella originale in studio.
Il duetto di voce e chitarra tra Ian Gillan e Richie Blackmore in “Strange Kind Of Woman” è una delle sette meraviglie del mondo. L’esecuzione di “Child In Time” è una di quelle esperienze mistiche che una persona deve vivere almeno una volta nella vita.
Purtroppo, nonostante le varie voci al riguardo, quei famosi concerti in Giappone non furono mai filmati e, quindi, non esistono dvd che presentano gli show. L’unico materiale esistente, con lo stesso titolo del disco, è un documentario non ufficiale.
Considerato uno degli album fondamentali del rock, è immancabile nella collezione discografica di ogni amante della buona musica e degli album dal vivo. Comprato lo stesso giorno in cui acquistai “Live at Wembley ’86” dei Queen.

Traccia migliore: Strange Kind Of Woman

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3. Nirvana – Mtv Unplugged (1994)

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L’ultimo disco della band di Seattle, dopo la prematura dipartita di Kurt Kobain, del quale oggi sarebbe stato il 52° compleanno.
Io e questo disco fummo presentati da Mtv, prima che diventasse un canale super trash, nell’ultima sua epoca d’oro.
L’Mtv degli anime giapponesi, delle classifiche, degli Mtv Europe Music Awards (che ho sempre schifato a morte) e degli speciali dedicati alle band.
Proprio grazie ad uno di questi speciali, conobbi i Nirvana e la loro tormentata storia. Chi non ricorda gli “A Night With…” di Mtv?
Per chi non li conoscesse, erano dei programmi che raccontavano prima la storia della band, dalla nascita all’apice o scioglimento e, subito dopo lo speciale, veniva trasmesso un live della band, soprattutto negli anni d’oro della carriera.
Fu così che nell’inverno del 1999, venni a conoscenza dei Nirvana e di questo bellissimo live.
Nonostante non siano tra le mie band preferite, questo disco ha significato qualcosa per me.
E’ stato uno dei miei primi dischi personali, avuto all’età di 12 anni, proprio nel periodo in cui stavo conoscendo il mondo della musica.
Nonostante sia accordato tutto di un semitono più basso, questo disco è diventato storico esattamente come quello dei Deep Purple.
Ma a differenza dell’energico lavoro precedentemente elencato, questo è un disco interamente acustico, registrato negli studi della Sony a New York, nel novembre 1993.
Durante quell’occasione, la band prese dei musicisti di supporto, dato che Cobain non era un grande esecutore e per un live acustico era necessario avere un chitarrista che sapesse suonare bene le parti di chitarra.

Traccia migliore – All Apologies

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2.Bryan Adams – Unplugged (1997)

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Altro disco dalla serie dedicata agli Unplugged di Mtv, questa volta dell’artista canadese Bryan Adams.
Grazie a questo disco dal vivo, che è stato il primo album live che io abbia mai avuto, ho avuto modo di conoscere a fondo i lavori di Bryan Adams, che vanno ben oltre le solite hit quali “(Everything I Do) I Do It For You“, colonna sonora del film “Robin Hood – Il Principe Dei Ladri” (1991),Heaven“, “Summer Of ’69” o “Please Forgive Me“.
Questo disco dal vivo è una vera e propria raccolta delle migliori canzoni di Bryan Adams, nel quale l’artista e la sua band si mettono a nudo, eseguendo i propri pezzi rivisitandoli in chiave country e blues.
Il singolo di lancio fu “Back To You“, classico titolo da successone anni ’90, che rese il cantante canadese il belloccio della musica, quasi da tenere testa ad un giovane Leonardo Di Caprio, che proprio in quel periodo usciva al cinema con “Titanic“.
I Think About You” è stato il primo pezzo country che io abbia mai ascoltato ed imparato a suonare. Stesso discorso vale per il medley “If Ya Wanna Be Bad-Ya Gotta Be Good” è stato il primo pezzo blues della mia vita ed il primo che mi fece accostare il sesso alla musica, alla dolce ed innocente età di 12 anni. E, se vi state chiedendo perché, datele un ascolto e capirete.
Il disco si conclude con una romantica ballad classica dal titolo “I’ll Always Be Right There”, eseguita solo voce e chitarra. Il chitarrista, Keith Scott, si distingue per una toccante esecuzione del pezzo con una chitarra spagnola.

Traccia migliore – If Ya Wanna Be Bad-Ya Gotta Be Good

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1. Oasis – Familiar To Millions (2000)

Oasis Familiar To Millions (2000)

Al primo posto, va un disco che per me è stato molto segnante, sia come chitarrista che come fan della band di Manchester.
Nel novembre del 2000, avevo 13 anni. Suonavo la chitarra da 3 anni e non avevo molti dischi, né la stessa conoscenza chitarristica che possiedo oggi. E, soprattutto, non avevo mai visto gli Oasis dal vivo. Non di persona, almeno.
Pochi mesi prima, nel febbraio del 2000, gli Oasis avevano pubblicato il loro quarto disco in studio, “Standing On The Shoulder Of Giants”, titolo ripreso da una moneta da 2 sterline che Noel Gallagher si ritrovò tra le mani e la frase era ispirata da Isaac Newton, il quale affermò la storica frase: “Se ho visto più in là degli altri, è perché sono salito sulle spalle dei giganti.”
Il me tredicenne di allora, non capì il significato di tale espressione. Da adulto, poi, avrei dedotto che fosse, probabilmente, un’allusione all’uso di droghe.
La pubblicazione del live album fu annunciata in una delle serate “A Night With”, di cui sopra e, ovviamente, vi lascio immaginare la felicità di un tredicenne che viene a sapere dell’imminente uscita del disco dal vivo della propria band del cuore.
Registrato durante i concerti allo stadio di Wembley a Londra, il 21 ed il 22 luglio 2000, il disco racchiude 18 tracce, tra cui 2 cover: una di Neil Young, “Hey Hey, My My” e la beatlesiana “Helter Skelter“.
Lo si può definire un vero e proprio best of, siccome racchiude quasi prettamente i singoli della band.
Il giorno in cui andai al negozio di dischi per acquistarlo, non appena la commessa mi disse il prezzo (47.000 lire), mi venne un colpo. Non ero abituato a sentire cifre così alte per un cd, anche se era un doppio.
Lo consumai così tanto, da doverne riacquistare un’altra copia anni ed anni dopo. L’ho suonato quasi ogni giorno tra i 14 ed i 17 anni ed è proprio grazie a questo disco che oggi sono un chitarrista solista, che amo l’asta del microfono montata in un certo modo ai live con la band ed è sempre grazie a questo live album de adoro il casino dei feedback di chitarra alla fine delle serate con le mie band.

Traccia migliore – Gas Panic!

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E voi? Avete dei live che più amate in assoluto o che magari li preferite ai dischi in studio?

Al prossimo post.

13 Anni Dalla Prima Volta Che Ho Visto Gli Oasis Dal Vivo

Ascolto consigliato per la lettura: Oasis – Rock’n’Roll Star (Live at City Of Manchester Stadium)

Benvenuti sul mio blog.

Anche se questo è un post di 2 anni fa, ho deciso di ripubblicarlo, dato che per me questo è un giorno commemorativo molto importante.

Per fortuna, il 2006 è un anno molto lontano. Per me non fu un anno eccezionale. Non lo fu affatto.

Quando hai 18 anni e frequenti una scuola in periferia, poco lontana dalla città in linea d’aria, ma per la mentalità la distanza sembra superare svariati kilometri, avere a che fare con dei compagni di classe della classe sociale media non è facile. Questo vale se si è artisti. O se, come me, si cerca di uscire fuori dal mucchio per distinguersi dagli altri ed essere sé stessi. Impresa non facile a 18 anni. Non in una scuola di periferia, dove l’ignoranza regnava sovrana e le persone si impegnavano molto a far sentire fuori luogo una persona normale ed acculturata.
Almeno, in quella scuola era così.

Il 2006, nel corso degli anni, l’ho ribattezzato “l’anno buio”. Ma in tutto quel buio, un barlume di luce nell’oscurità ci fu. Ed avvenne la sera del 7 febbraio. Perché quella sera assistevo per la prima volta in vita mia ad un concerto della band che mi cambiò la vita quando avevo 10 anni: gli Oasis.

Partii di mattina presto. Arrivai a Roma intorno alle 9:00. Un’ora dopo ero in compagnia di alcuni ragazzi con i quali, un anno più tardi, avrei suonato insieme in una band, ma nelle vesti di batterista.

Durante l’intera attesa al di fuori del Palalottomatica, ero stranamente tranquillo per uno che stava per vedere la sua band preferita dal vivo per la prima volta.

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Si fanno le 19:00, i cancelli si aprono e l’atmosfera si trasforma subito in un’Olimpiade a chi riesce ad ottenere il posto migliore. Ricordo che finii in 7° fila, il che non è male per un primo concerto di una band che ami. 3 anni più tardi sarei stato in 2° fila, sempre per vedere la stessa band.

Ore 20:00. Aprono i The Thrills, ex band di Dublino, che conoscevo già da 3 anni. Annunciati pochi mesi prima, al posto degli Stereophonics. Molti fan fecero davvero gli stronzi con loro, mostrando ripetutamente loro il dito medio. Non riuscivo a capire perché, dato che a me piacevano, anche se non come la band di Kelly Jones e soci.

Ore 21:00.

L’intero palazzetto è al buio. Il mio cuore inizia a pompare a palla. Gli amici dicono “Tieniti pronto. Tra poco la tua vita sarà sconvolta per sempre. Escono! Esconooooo!”. E così fu.

Parte “Fuckin’ In The Bushes” con tanto di luci che illuminano il palco, facendo dimenticare ai presenti che fuori fosse buio. Sulle ultime note del pezzo, si vedono delle ombre avvicinarsi al palco. Sono loro. Gli Oasis.

La giacca bianca di Liam spicca neanche come la segnaletica notturna in una strada scura e tortuosa può fare. Andy Bell ha un maglione a righe, Gem saluta il pubblico. Ma, in un primo momento, non vedo Noel. Il mio idolo. Solo pochi istanti ed eccolo lì, che indossa una giubba nera che sorseggia del thè in una tazza bianca che tiene con la mano destra.

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Tutti urlano. Tutti. Me compreso. Anche se le mie urla vengono spezzate da lacrime di gioia. Giorni, settimane, mesi, anni spesi a guardarli sui dischi, nelle vhs e nei dvd o sui libri. Per 9 anni. 9 lunghi anni. E quella sera erano lì, davanti a me. Ero l’unico che piangeva durante canzoni come “Bring It On Down” e “Morning Glory”. Mentre scrivo questo post, riascolto veramente dopo tanti anni il bootleg del concerto di Boston 2005. La scaletta è molto simile e sembra quasi di essere lì.

Ero in estasi. Cazzo, se lo ero.

La gran cassa della batteria era un colpo al cuore ad ogni battito. Pogo a mille, cosa del tutto inaspettata per me. Credevo che i fan degli Oasis fossero molto più calmi. Almeno quanto me, che ero andato lì senza sapere come avrei reagito. Come si fa a restare calmi in un contesto del genere? Salti per tutta la durata del concerto fino a non sentirti più le gambe. I tuoi sentimenti sono un misto tra l’amore ed il “ma che cazzo succede?”.

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All’epoca c’erano i forum. Facebook non era ancora padrone del mondo e c’era davvero tanta bella roba sui siti fan made dedicati agli Oasis. Questa cosa fece sì che io mi rovinassi la sorpresa di scoprire la scaletta del concerto, dato che gli Oasis eseguivano quasi la stessa scaletta per tutta la durata del tour.

Ma un conto è ascoltare in uno stereo, al pc o in un walkman una canzone che hai ascoltato centinaia, migliaia di volte. Un conto è ascoltarla dal vivo a pochi metri da te. E’ tutta un’altra diamine di esperienza.

“Wonderwall”, “Champagne Supernova”, la già citata “Morning Glory”, “Cigarettes & Alcohol” suonate in faccia furono un’altra storia. Puoi guardare tutti i concerti in dvd o i video su YouTube che vuoi, ma dal vivo è un’altra storia. Non c’è paragone. Nessun televisore di ultima generazione supera l’emozione del live.
Nessuno.
Per quanto reale possa sembrare.

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Durante “Mucky Fingers” gli amici provano a prendermi sulle loro spalle sull’assolo di armonica, ma essendo io una bestia rispetto a loro l’impresa fallisce dopo pochi attimi. Ma fu bello provarci. E sperarci.

Ed ecco dal vivo una delle loro canzoni nelle quali più mi immedesimo: “Rock’n’Roll Star”. Una canzone arrogante, che incoraggia a credere sempre in sé stessi qualunque cosa accada. A fine canzone c’è la prima pausa. La visione è tutta per la scenografia composta da lucine natalizie. Pochi minuti dopo la band è di nuovo sul palco per eseguire gli ultimi quattro brani.

1, 2, 3, 4 e parte una delle canzoni più belle di sempre: “Don’t Look Back In Anger”. Fino ad allora, fu l’unica canzone che cantai totalmente in lacrime. Qualche anno più tardi ci riuscirà solo Springsteen a Napoli, con “Thunder Road” in chiusura.

Ultimo pezzo: “My Generation” degli Who, eseguita in modo folle e ruggente. E fu il delirio. I livelli di pogo superarono ogni cosa. Non so nemmeno io come riuscii a godermi l’assolo di basso di Andy Bell.

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Il finale del concerto è devastante. Chitarre in feedback urlano, accompagnate dagli applausi e le urla di gioia e di euforia della folla che si gode gli ultimissimi attimi di una serata che non dimenticherà facilmente.

Quella sera fu una delle più memorabili della mia vita. Fu l’unica valida di tutto quel fottutissimo 2006 del cazzo.

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Il giorno dopo tornavo a casa ancora incredulo.

E dopo 11 anni, sono ancora qui a ricordarlo con piacere.

Al prossimo post.

Cheers.

Buon Natale!

Ascolto consigliato per la lettura: Donald O’Connor & Debbie Reynolds – Chrissy The Christmas Mouse

E’ finalmente arrivato il Natale, il periodo dell’anno in cui dovremmo essere tutti più buoni.
E ne approfitto per lasciarvi la mia Top5 delle 5 canzoni migliori di Natale, con i seguenti link YouTube.

  1. K.T.Tunstall with Ed Harcourt – Fairytale Of New York
    Bellissima versione emozionante del classico natalizio dei The Pogues, che immerge l’ascoltatore nell’atmosfera natalizia, degna delle migliori pellicole natalizie di Hollywood e che ci fa immaginare di essere per le strade innevate di New York, dove la magia è unica.
    https://www.youtube.com/watch?v=b01FoO4ZDcYTunstall
  2. Patty Loveless – Christmas Time’s a Comin’
    Se vi siete mai chiesti com’è il Natale americano, questa è la canzone che fa per voi. Un misto tra country e bluegrass. Camicia a quadroni, camino acceso e parte la festa. Dovrebbero essere ballate ovunque canzoni come questa.
    https://www.youtube.com/watch?v=UHazWZmnbOUPatty Loveless - Bluegrass & White Snow, A Mountain Christmas.jpg
  3. Eric Clapton – White Christmas 
    Tratta dal suo ultimo lavoro interamente dedicato al Natale, dal titolo “Happy Xmas”, pubblicato lo scorso ottobre.
    https://www.youtube.com/watch?v=QFNEQ9ybrGI81mu9XvjxML._SL1500_.jpg
  4. Frank Sinatra – Have Yourself A Merry Little Christmas
    Scritta nel 1943 da Hugh Martin e da Ralph Blane ed incisa per la prima volta da Judy Garland, che la interpretò, l’anno successivo, nel film “Incontriamoci a Saint-Louis ” (Fonte Wikipedia)
    Uno dei pezzi natalizi per eccellenza, uno di quelli che è stato inserito in numerosi film hollywodiani, adatto per un lento con la propria dolce metà.
    https://www.youtube.com/watch?v=sHVIVNoIPVM91L4BHzc0IL._SL1500_.jpg
  5. Marco Frisina – Quanno Nascette Ninno
    Da buon napoletano, non potevo non inserire una canzone natalizia della mia terra.
    Fu scritto in lingua napoletana nel dicembre 1754 a Nola, in provincia di Napoli, da Alfonso Maria de’ Liguori, prima persona a usare il napoletano per canti religiosi. In origine il canto si chiamava “Per La Nascita Di Gesù”, nome con il quale nell’anno 1816 venne pubblicato. Dopo la prima edizione, “Quanno nascette Ninno” ha subito varie riedizioni e modifiche, una delle quali ad opera di Marco Frisina. È stato, inoltre, interpretato da vari cantanti italiani di musica leggera, popolare e cori, fra cui Mina, Edoardo Bennato, Pina Cipriani e Piccolo Coro dell’Antoniano. Da questo canto proviene un altro canto natalizio, “Tu Scendi Dalle Stelle”. (Fonte Wikipedia)
    https://www.youtube.com/watch?v=b8gVs6bv24QQuann nascette Ninn 2.jpg

    Buon Natale a tutti. E che Dio vi benedica.

Perché Gli Anni ’90 Sono Stati Il Miglior Decennio

Ascolto consigliato per la lettura: Bran Van 3000 – Drinking In L.A.

Bentornati sul mio blog.

Oggi vorrei parlarvi di un argomento a me molto caro. Da come recita il titolo, si capisce facilmente l’argomento in questione.
Siamo alla fine del 2018, l’epoca digitale, dei social, della tecnologia, dei talent show, dei reality (che si sono fatti antichi).

Eppure, qualcosa manca.

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Ho sempre più nostalgia dei tempi in cui non si era perennemente circondati dalla tecnologia.
Okay, siamo arrivati ad alcuni livelli che risultano essere molto utili. Ad esempio, ci si può mettere in contatto con i parenti che abitano lontano per lavoro o che vivono a migliaia di km da noi. Oppure è più semplice venire a conoscenza di eventi oppure non bisogna aspettare una giornata intera per ascoltare una nuova canzone di una band o di un artista solista, come accadeva un tempo. Oggi basta andare su YouTube e via.

Era così bello correre spensierati da ragazzini per giocare a pallone, a biglie o andare in bici tutta l’estate, in attesa di ritornare a scuola, anziché stare tutto il giorno su un piccolo schermo illuminato, che non fa bene né alla vista e né ai muscoli delle braccia e delle mani e che ci ha reso sì raggiungibili in qualsiasi istante, magari anche in momenti poco opportuni, ma ci ha resi anche completamente ignorabili. Oggi, passiamo il nostro tempo sui social ad ignorarci. E pensare che quando studiavo Sociologia, mi rimase impressa la prima frase del libro di sociologia: “L’uomo è un animale sociale. Ha bisogno del dialogo, del contatto umano.

Ma, nonostante tutto ciò, questa è un’epoca davvero vuota. Gli anni duemila-dieci verranno ricordati come gli anni delle guerre, del razzismo e di tutte le notizie terribili delle quali ogni giorno i telegiornali ci fanno venire a conoscenza. Come se esistessero solo questo genere di notizie, al mondo. Eppure, ogni giorno, ci rompono loro e le tragedie, i guai e così via. E tutto ciò continua anche sul web, nel mondo digitale.

Leggo quotidianamente post con insulti razzisti sia in ambito sia sportivo che sociale, critiche verso tutti, depressione generale su qualsiasi argomento. I social sono così pieni zeppi di queste cose che molto spesso passa la voglia di andare a farsi un giro lì sopra per vedere “cosa dice il mondo”, perché “il mondo” si lamenta sempre. E non fa altro.

Gli anni duemila-dieci saranno ricordati così, come anche gli anni duemila.

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Gli anni ’50 sono stati quelli della rinascita post guerre mondiali, i ’60 quelli delle rivoluzioni sociali e musicali, i ’70 sono stati l’epoca della musica, gli ’80 quelli del cinema ed i ’90 gli anni delle mode, dei videogames, del cinema, della musica e della nascita di internet.

In particolare, gli anni ’90 sono stati il decennio che ho vissuto in prima persona e, personalmente, lo trovo migliore rispetto all’epoca che stiamo vivendo.

Potevi dire qualsiasi cosa e non venivi additato da nessuno. Oggi si deve stare attenti anche a quello che si pensa, perché se si scrive anche solo una parola che a qualcuno non piace, ecco che partono le critiche a catinelle.

Gli anni ’90 sono stati gli anni del britpop, del grunge, delle boy band e delle girl band. Sono stati gli ultimi anni delle classifiche musicali, in cui si vendevano i dischi perché, se volevi ascoltare la canzone di una band, dovevi comprare il cd dell’album o il singolo. A differenza di oggi che basta un click e via.

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Tra il 1990 ed il 1999 abbiamo assistito alla continua produzione di qualità in qualsiasi campo che va dallo sportivo a quello musicale a quello del cinema. Stiamo parlando del decennio che è iniziato con il periodo del grunge e dei Soundgarden, anche se si sono formati nel 1984 e pubblicato il primo disco nell’88, è solo all’inizio degli anni ’90 che tutti hanno iniziato a sentir parlare di loro e del movimento musicale che avrebbe poi incoronato un’altra band di Seattle come re indiscussi del grunge: i Nirvana.

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Subito dopo, c’è stato il movimento britpop, nato con gli Suede ed i Blur, ma che trovò in quel di Manchester i suoi capostipiti nel 1994: gli Oasis e nei loro cugini di Wigan, i The Verve, dando vita ad una vera e propria cultura musicale e sociale.

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E, mentre il britpop iniziava ad estinguersi, il mondo iniziava a lasciarsi coinvolgere dalla musica pop e dalle sue teen band come i Take That, i Backstreet Boys, i Boyzone, i 5ive, le Spice Girls, le All Saints, Britney Spears, Christina Aguilera, Natalie Imbruglia e così via.

A chi, come me, amava già il rock, l’idea di vedere la musica suonata da musicisti superata da ballerini che ballavano su delle basi computerizzate e da gente che sul palco non suonava con gli strumenti era una bestemmia bella e buona.

Ma tutti, me compreso, portiamo le Spice Girls e i Backstreet Boys nel cuore. Chi non si esalta ancora ascoltando i versi di “Everybody (Backstreet’s Back)” o di “Wannabe”? Io stesso andavo matto per il secondo disco delle Spice Girls, “Spice World” e ogni tanto riascolto “Viva Forever” con piacere. Diciamolo, il pop commerciale che si produceva in quel periodo era davvero di qualità. In quel periodo, una canzone radiofonica era davvero orecchiabile e piacente e nessuna sembrava uguale all’altra, nonostante lo stile fosse molto simile. Oggi, tutte le canzoni da radio sembrano sempre le stesse. Sia degli artisti italiani che di quelli stranieri. I tormentoni estivi ti coinvolgevano per la loro melodia e non ti facevano venir voglia di cucirti le orecchie, come accade con i tormentoni di oggi che si fanno schifare già leggendone il titolo.

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Stiamo parlando del decennio che ha visto Michael Jordan vincere ben 6 campionati Nba con i Chicago Bulls, Michael Schumacher era il campione assoluto della Ferrari e lo sarebbe stato ancora per qualche anno. Gli anime giapponesi iniziavano ad entrare nelle nostre case grazie ai programmi per i bambini come Bim, Bum, Bam e Solletico, per poi continuare a crescerci su Mtv.

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Gli anni ’90 sono stati gli anni della turtlemania, di quando in giro i bambini di tutto il mondo vedevano le Tartarughe Ninja dappertutto e tutti ne avevano almeno una.

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Erano gli anni delle campagne contro la droga. Sono stati gli anni di Space Jam, di Forrest Gump, di Trainspotting che avrebbe fatto conoscere al mondo la droga dal punto di vista dei tossicodipendenti.  Il Grande Lebowski avrebbe fatto ridere milioni di persone ovunque, così come Jurassic Park fece innamorare le persone dei dinosauri, per poi commuoversi per la storia di Edward Mani di Forbice.

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E, quello stesso mondo di persone, avrebbe conosciuto le qualità di Quentin Tarantino come regista prima di “Le Iene” e poi di “Pulp Fiction”. Tutti i bambini del mondo iniziarono ad amare Woody e Buzz grazie a Toy Story. L’AIDS era ancora un male completamente incurabile e tutti ci siamo commossi alla storia di Andy Beckett in “Philadelphia” ed avremmo amato la sua colonna sonora, “Streets Of Philadelphia” di Bruce  Springsteen.

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Gli anni ‘9o sono stati la decade che ha dato vita al fenomeno delle serie tv. Se oggi, in tanti, siamo dipendenti dalle serie tv è perché abbiamo amato Willy, Il Principe di Bel-Air che ci faceva sentire fighi solo a guardarla, Beverly Hills 90210, Melrose Place, Otto Sotto Un Tetto, Friends, Dawson’s Creek che ci ha fatto innamorare da adolescenti, così come ci siamo innamorati di Buffy, mentre le femminucce perdevano la testa per Angel. E Jessica Alba accese i nostri ormoni in Dark Angel. A Natale, l’appuntamento era fisso con le avventure di Fantaghirò e “Mamma, Ho Perso L’Aereo” ed il suo sequel, “Mamma, Ho Riperso L’Aereo – Mi Sono Smarrito A New York”.

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Abbiamo sognato di diventare campioni di basket con Slam Dunk e di essere degli inguaribili romantici ed anche un po’ perversi con Golden Boy, abbiamo amato il concetto di scuola dove si impara oltre ai libri grazie a GTO.

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Il cinema veniva invaso da capolavori come “Armageddon“, “La Maschera di Ferro“, “Titanic“, i già citati “Space Jam” e “Trainspotting”, “Lèon”, Luciano Ligabue che divenne regista sfornando l’unico suo film che mi sia piaciuto, “Radiofreccia“, “City Of Angels“, “La Famiglia Addams“, “Il Corvo“, “Braveheart“, “Dal Tramonto All’Alba“, “Dragonheart” e così via. La lista è bella lunga.

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E, diciamolo, a noi italiani manca soprattutto perché c’era la Lira. La cara e vecchia Lira che ci faceva sentire ricchi anche con 5.000 lire in tasca. Se da ragazzino avevi già 2.000 lire, eri il re del gruppo.

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Come ricorda Noel Gallagher, a proposito del successo che gli Oasis ottennero negli anni ‘90: “Avevo una strana sensazione addosso, quel giorno, anche se non capivo bene il perché. L’ho capita solo col tempo, ragionandoci su. Stavamo scrivendo la storia. Quello è stato l’ultimo grande evento dell’era pre-digitale. Un raduno così spontaneo e vitale oggi sarebbe impensabile, ora che la cultura e’ cambiata ed e’ guidata dalle celebrità, dalle logiche dei talent show e da internet. Ma venti anni fa, il fenomeno poteva ancora essere una band di quattro cazzoni provenienti dalle case popolari, che riusciva ad urlare al mondo la propria urgenza di vivere. Cosa ci ritroviamo oggi? Facciamo gli indifferenti, ma invece dovrebbe interessarci perché, se attualmente stiamo messi così, cosa ci resterà fra venti anni?

Al prossimo post.